E per la pasta -10% in tre mesi

26 aprile 2009

Intervista a Francesco Pugliese Direttore Generale Conad - Da Il Sole 24 Ore - Nicola Dante Basile

La campagna ribassi della pasta è cominciata timidamente e a macchia di leopardo all'inizio dell'anno. Diverso il discorso del pane, i cui prezzi secondo i panificatori sono fermi a dicembre 2007. A prendere l'iniziativa sono state, nel caso della pasta, alcune catene della Gdo che sono intervenute sui prodotti a marchio proprio. Poi a metà febbraio c'è stata la decisione di Barilla di fare un intervento vigoroso, per quanto diversificato e commisurato al tipo di pasta offerta. Una scelta, questa del pastificio numero uno al mondo, che ha spinto altri produttori ad attuare sconti o incentivi promozionali alle reti vendita. Il risultato è che oggi in Italia, secondo il direttore generale di Conad, Francesco Pugliese, «i listini della pasta sono mediamente più bassi del 7-10 per cento rispetto a quelli dello scorso dicembre». Abbastanza per essere allineati ai ribassi del grano? Difficile sentire dal mondo dell'impresa una risposta univoca, come difficile è sostenere che ciò sia la conseguenza della multa da 12,5 milioni che l'Antitrust ha comminato a metà febbraio alle industrie produttrici. Ree, per l'Autorità, di avere attivato una sorta di cartello sui prezzi. Ma la questione è stata contestata in appello dalle industrie. Al di là di tutto, resta il fatto che oggi sugli scaffali di un qualsiasi supermercato i prezzi variano da un minimo di 0,60 centesimi a 2,00 euro al chilo per spaghetti e maccheroni classici, per passare ai 3-4 euro delle forme speciali. Ma si può arrivare anche oltre, come accade per certi prodotti artigianali di fascia alta come gli "Spinosini", pasta all'uovo di gallina ruspante con Omega-3 in vendita al super a 3,70 euro e al duty free a 6 euro. Per una confezione da 250 grammi. Dalla pasta al pane la situazione non è che cambi molto, stante il fatto che anche in questo caso i valori assoluti del prodotto base sono tutto sommato contenuti. Con la differenza che «gli aumenti di 20-30 centesimi attuati a fine dicembre - ricorda Roberto Capello, presidente dei panificatori della Lombardia - sono praticamente rimasti tali. E a chi ci chiede perché ora non si fanno ribassi, rispondo dicendo che tre "michette" costano solo 60 centesimi di euro al giorno. Nel frattempo i panificatori scontano incrementi di costi che nessuno s'immagina e che rendono il mestiere sempre più precario». Quanto sia precario lo lascia intendere Paolo Pagani della Paillasse Italia, società che fornisce semilavorati ai produttori di pane, che parla di mestiere in via di estinzione. «Dieci anni fa - dice Pagano - in Italia operavano 33mila panificatori. Ebbene, nel frattempo più di 11mila laboratori hanno abbassato la saracinesca e ne sono rimasti appena 22mila. A questo si aggiunga il fatto che il consumo di pane comune fresco è in forte calo. Ormai gli italiani mangiano sempre più snack, pizzette, brioche e quant'altro. E qui a farla da padrone sono i grandi complessi industriali, mentre per l'artigiano gli spazi diventando sempre più angusti».